Bolivia diario di viaggio – racconto di un tour di 11 giorni

Bolivia diario di viaggio - racconto di un tour di 11 giorni

Ecco il mio diario di viaggio in Bolivia, un tour da La Paz all’isla del Sol, passando per il Salar de Uyuni, Potosí, Sucre, Tarabuco e il lago Titicaca.  11 intensi giorni  per vivere a fondo colori, profumi, suoni di questo magnifico Paese.

DIARIO DI VIAGGIO IN BOLIVIA
1° giorno: arrivo a La Paz
L’aereo scende di quota e l’annuncio diffuso in cabina invita i passeggeri ad allacciare le cinture e a prepararsi per le operazioni di atterraggio. L’aeroporto che ospiterà tra poco il velivolo su cui sto viaggiando è il più alto del mondo.
El Alto si trova infatti esattamente a 4061 metri sul livello del mare, la stessa altitudine di una delle mie montagna preferite, il Gran Paradiso, in valle d’Aosta.

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L’aria rarefatta si sente atterrando a El Alto. L’importante è prendersela con calma e non programmare attività impegnative almeno il giorno dell’arrivo e quello successivo. Il mal d’Altitudine non è mai da sottovalutare e può colpire tutti, dai giovani agli anziani.
Scendendo in taxi, lungo l’autostrada che dall’aeroporto corre verso La Paz, circa 400 metri di dislivello sotto l’aeroporto, mi godo la vista spettacolare della capitale, circondata da vette di oltre 6000 metri di altezza.

Arrivo in albergo, La Casona, il tempo di prendere possesso della stanza sistemo e mi fiondo subito fuori a raggiungere la vicina Plaza San Francisco.

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E’ uno dei posti che adoro di più in assoluto, non solo della Bolivia ma di tutto il Sud America. E’ il cuore pulsante della capitale ed è un punto di aggregazione di persone di tutti i ceti sociali. La piazza è molto lunga  e ampia ed è praticamente su due piani, collegati da una corta scalinata. Su quello inferiore si affaccia la Basilica di  San Francisco, la chiesa più antica di La Paz e uno splendido esempio di barroco mestizo. Mi siedo sui gradini della piazza per godermi scenette di ordinaria (e straordinaria) vita cittadina.

Nella parte alta della piazza, vicino al Mercado Lanza,  c’è una manifestazione di campesiños; alla fine della scalinata, invece, c’è un predicatore, che mi sembra in gran forma considerando la gente che lo segue, che arringa la folla inneggiando la figura di Gesù Cristo. Un sano mix di sacro e profano.

Li guardo affascinati alternativamente per un po’ di tempo, poi il mio stomaco brontola e decido di immergermi in un sano street food nel vicino Mercado Lanza, ospitato in un orribile edificio moderno, ma che offre l’opportunità di una rapida immersone in usi e costumi locali. Riprendo confidenza con la cucina boliviana  con una empanada seguita da un paio di salteñas, dei fagottini ripieni di carne e verdura.

Leggi il mio post La Paz, cosa vedere, cosa fare, 9 attrazioni da non perdere >>
Scopri su Google Map La Paz >>

2° giorno: La Paz
Una delle cose che mi piace fare a La Paz è farmi un (anche più di uno) giro su Mi Teleférico, il modo geniale con cui si è cercato di risolvere il problema del traffico nella capitale. Era infatti impossibile costruire una metropolitana, sia per l’instabilità del terreno, che per la presenza di una vasta rete di corsi d’acqua sotterranei e le notevoli pendenze. E’ nato così una efficace rete di funivie, il più grande sistema di trasporto pubblico a fune del mondo, che collegano in modo rapido ed ecologico varie parti della città. Mi Teleférico è composto da ben 8 linee e da 25 stazioni.

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Dopo una buona parte della mattinata occupata con incontri di lavoro, quasi a mezzogiorno salgo su una cabina della funivia e raggiungo con le linee gialle, viola e arancione tre dei miradores (punti panoramici) che offrono una vista mozzafiato della città. Ti consiglio in particolare il mirador El Alto, che regala una vista di La Paz decisamente particolare, specialmente durante le luci scintillanti del crepuscolo.

Ovviamente La Paz non è solo Mi Teleférico. In una giornata da dedicare alla visita della capitale ti suggerisco una camminata a piedi nel Casco colonial, ossia il quartiere storico coloniale di La Paz. Il punto di partenza può essere indifferentemente Plaza San Franciso o Plaza Murillo, anch’essa una crocevia tradizionale della vita cittadina su cui si affacciano i palazzi principali della capirale, come la Catedral Metropolitana, il Palacio del Congreso Nacional, il Palacio Presidencial.

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Immancabile la visita al Mercado de las Brujas, o Mercato delle streghe che, oramai molto inflazionato dal punto di vista turistico, offre la possibilità di avvicinarsi ad alcuni usi e costumi boliviani. Non limitarti a scattare foto alle erbe, agli amuleti, ai talismani e ai tanti altri rimedi naturali e “magici” ma, con la scusa di acquistare o di essere semplicemente interessato a un talismano, fatti spiegare dai curanderos (guaritori)  a cosa serve; potrai così avvicinarti alla mentalità e ai modi di fare locali.

Se poi sei stanco del traffico cittadino, di visitare musei o vuoi iniziare a prendere contatto con la straordinaria natura boliviana, una bella camminata nella Valle della luna è quello che ci vuole.

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Dista soli 10 chilometri da La Paz. Ti troverai in un canyon di arenaria, che il vento e la pioggia hanno scolpito, levigato e modellato nel corso di migliaia di anni, regalando dei labirinti di pietra e delle imponenti torri . Ovviamente già il nome è indicativo sull’ambiente in cui ti troverai. Aspro e selvaggio. Ci sono due itinerari, uno lungo e uno corto; è inutile che ti indichi i tempi di percorrenza, in quanto sono sicuro che saranno aumentai dalle tante soste che farai per ammirare una roccia e immortalarla con lo smartphone.  Sembra davvero di stare su un altro pianeta!

Oggi non devo neanche pensare alla cena, in quanto la farò direttamente sul bus notturno che da La Paz, mi porterà in circa 10 ore di viaggio a Uyuni.  Il biglietto comprende infatti il pasto a bordo, così come la colazione e le bevande.
L’alternativa è passare la notte a La Paz e svegliarsi la mattina molto presto per prendere l’aereo per Uyuni.


Sono stato scout per più di 10 anni della mia vita e oramai sono abituato a dormire anche sui sassi… Scherzi a parte, non ho problemi ad addormentarmi dovunque. Così, per me, è molto più comodo il bus e non dovere puntare la sveglia per prendere l’aereo. Appena salito a bordo vengo accolto con un graditissimo bicchiere di vino tinto, propedeutico alla cena, a base di crocchette di quinoa.

Il film che viene mostrato, Gli Ultimi Jedi,  è l’ultimo, se non erro, della  saga di Guerre stellari e diverse scene sono state girate, guarda caso, nel Salar de Uyuni. Confesso che non sono un amante del genere fantascienza, così il sonno mi coglie alla sprovvista.  Ho prenotato però un posto cama (sedile praticamente reclinabile a 180°), veramente comodo – sembra di essere in una business class di aereo – così la notte vola.

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3° giorno: La Paz – Uyuni – Mallku.
Arrivo a Uyuni poco dopo le 7. Sul bus ci hanno servito la colazione, un sandwich e un succo di frutta, ma cerco un posto dove bere un buon caffè e potere ingannare l’attesa. Alle 9 (ora boliviana, quindi c’è una certa discrezionalità sull’effettivo inizio) dovrebbe incominciare infatti questo nuovo tour ad anello che, partendo da Uyuni, mi riporterà nuovamente in questa cittadina dopo 4 giorni di viaggio. Il percorso classico per visitare il Salar è di 3 giorni, ma voglio provare questa variante. In fondo mi sono creato una scusa per rivedere quello che considero uno dei posti più incredibili del Pianeta, ma è anche un’occasione per conoscere dei nuovi luoghi.

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Partiamo da Uyuni percorrendo la strada in direzione sud, verso Mallku.  Sulla jeep (un Mistubishi 4×4) siamo fortunatamente in tre, oltre al sottoscritto, una coppia di spagnoli e Manuel, l’autista/guida. La prima tappa è un classico di tutti i tour e uno dei posti più fotogenici del tour: il Cimitero dei Treni.

E’ un posto veramente particolare. I treni, realizzati in Gran Bretagna, furono utilizzati per trasportare i minerali estratti dal Salar sino Antofagasta sulla costa cilena. Il crollo dell’industria estrattiva negli anni ’40 segnò la fine delle attività e locomotive e vagoni, una ventina circa, vennero lasciati ai venti del Salar, che hanno corroso buona parte dei vagoni. Quello che rimane è comunque più che sufficiente per aggirarci tra i fantasmi del passato e cercare delle belle inquadrature da portarci a casa.

Ripartiamo per raggiungere San Cristobal de Lipez. La storia che ci racconta Manuel è veramente singolare. In pratica si tratta di una città trapiantata. Sotto quella originaria, abitata da una dozzina di famiglie, si scoprì una miniera di argento. L’intero insediamento venne spostato, quindi, di oltre 20 chilometri dal suo luogo originale a una nuova posizione, compresa la chiesa, considerata una delle più antiche dell’Altiplano boliviano.

Per mantenere le stesse dimensioni e l’aspetto dell’originale, il tempio venne smontato pietra su pietra e ricostruito più in là. Confesso che è molto più affascinante la storia del trasloco della chiesa del suo interno, comunque tanto di cappello per tutto il lavoro svolto.

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Riprendiamo e ci fermiamo alla incredibile Ciudad de Piedra, dove ci aggiriamo per un po’ di tempo basiti da queste enormi rocce che il tempo ha modellato, per raggiungere infine l’hotel Mallku Cueva, un posto situato praticamente nel nulla, decisamente accogliente, considerando l’ambiente inospitale in cui si trova. Diversi pannelli solari forniscono una buona parte (a detta dei gestori) della energia elettrica, il resto viene fornito da un generatore.

La cena è a base di una saporita zuppa di quinoa e di una mega frittata con delle erbe locali. Il meglio ci attende finito il pasto. Manuel ci convince a vincere il freddo (lo sbalzo termico rispetto al giorno è notevole e il piumino è d’obbligo, oltre ai guanti e al cappellino di pile), ci fa salire sulla jeep e ci porta lontano dall’albergo. Dopo neanche una decina di minuti, ferma il fuoristrada e ci fa scendere.

Lo spettacolo è incredibile, siamo circondati da una quantità di stelle incredibile, la via lattea è lì davanti a noi e sembra veramente a portata di mano. Rabbrividisco pensando alle distanze che ci separano da questi astri.

Ti consiglio di leggere dal mio blog:
Bolivia e Salar de Uyuni: quando andare e la stagione migliore per visitarli >>
Salar de Uyuni: tour di 3 o 4 giorni >>
Salar de Uyuni -Altitudine: come affrontarla al meglio >>
Salar de Uyuni informazioni e consigli di viaggio >>

4° giorno: Mallku – Laguna Colorada.
Partiamo di buon’ora per il Parco Nazionale Eduardo Avaroa. Attraversiamo i piccoli villaggi di Quetena Chico e Quetena Grande (anche qui le classiche “4 case” che sorgono nel nulla; mi chiedo veramente come si possa vivere in posti del genere) guardati a vista dal Vulcano Uturunco di ben 6020 metri di altezza.

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Raggiungiamo, percorrendo veloci piste tra altopiani vastissimi, uno dei punti più iconici di un tour al Salar de Uyuni: la laguna Colorada.  Siamo nei pressi del confine con il Cile, a una altezza di quasi 4300 metri. Una volta che la si vede, si capisce immediatamente il perchè del nome. La leggenda afferma che il colore rosso è dato dal sangue degli dei.  Scientificamente parlando, ci spiega Manuel, la ricca colorazione rossa deriva dalle alghe e dal plancton, che prospera nelle sue acque, mentre le variazioni cromatiche del litorale sono dati dai brillanti depositi bianchi di sodio, magnesio, borace e gesso.

Ad aggiungere un tocco di rosa a questa tavolozza di colori, sono dei pasciuti fenicotteri. La tinta delle penne è data dalla dieta ricca di alghe e, in particolare, di Artemia salina, un minuscolo crostaceo ricco di carotenoidi, composti di cui sono ricche anche le carote.

Manuel ci indica le tre le specie di fenicotteri presenti: il cileno, l’andino e quello di James, ritenuto estinto fino a quando una piccola popolazione non fu scoperta nel 1956. Camminiamo lungo la riva, cercando di avvicinarci grandi trampolieri che, furbi, si mantengono a distanza di sicurezza.

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Riprendiamo il percorso per un’altra tappa iconica, il  “Sol de Mañana“. Qui tocchiamo il cielo con un dito.  Scherzi a parte, siamo però a un’altitudine decisamente ragguardevole, 4850 metri di quota. Siamo sul più alto campo geotermico del mondo, che si estende anche per oltre 10 chilometri quadrati, stretti e circondati da un bellissimo, infernale paesaggio ultraterreno formato da geyser, funghi di fango gorgoglianti, avvolti dal caratteristico odore di zolfo.

La prima volta che sono stato qui era l’alba, momento della giornata in cui il vapore emesso dai geyser è al massimo della sua intensità e può raggiungere anche i 40 metri di altezza. Mi ricordo ancora il suono del soffio, sembrava di essere su una gigantesca balena. Ora il respiro della terra è forse un poco meno appariscente, ma pur sempre memorabile. Ci aggiriamo con una discreta cautela su questo terreno caldo, sotto il quale ribolle il magma.
Solitamente, dopo avere visitato all’alba il Sol de la Mañana, si raggiungono le terme di Polques per un bagno nelle acque termali.

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Noi invece attraversiamo la valle di Dali, un deserto ricoperto da strane formazioni rocciose e raggiungiamo un altro gioiello della giornata, la Laguna Verde.
Ci troviamo a un soffio dal confine cileno; Hito Cajon, il passo che conduce a San Pedro de Atacama, è a pochi chilometri di distanza.

Su di noi incombe, con i suoi 5.916 metri il vulcano Lincacabur, la cui sommità è stata utilizzata dalla NASA per preparare alcune missioni su Marte. Gli scienziati ritengono infatti che la sottile atmosfera, l’elevata radiazione ultravioletta e le basse temperature siano condizioni simili a quelle presenti negli antichi laghi di  Marte!

In questa laguna non vivono però i fenicotteri. L’acqua è infatti ricca di micidiale arsenico, oltre a magnesio, carbonato e calcio che si mischiano con l’acqua proveniente dal sottosuolo e danno così la colorazione che varia dal turchese allo smeraldo scuro, a seconda di come la superficie venga “spazzolata” dal vento.

Ci dirigiamo per la sera al Tayka Hotel Ojos Del Desierto, un piccolo lodge che sorge nel mezzo del nulla, che offre però camere semplici ma confortevoli. Anche qui ci sono pannelli solari sul tetto che generano elettricità e acqua calda la sera.  La sua principale attrazione è la suggestiva posizione nel deserto di Siloli, con vista frontale sulla Paleta del Painter o sul Cerro de los Siete Colores.

Questa volta, dopo cena, ci infiliamo sotto le coperte… le stelle le vedremo in sogno 😉

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5° giorno: Laguna Colorada – San Juan (o San Pedro de Quemes).
La prima tappa  della giornata è  l’Arbol de Piedra, situato nel deserto di Siloli, l’albero di pietra più noto e fotografato del mondo. E’ alto ben 5 metri; nel corso di milioni di anni il vento lo ha pian piano modellato ma anche rafforzato, portandogli sale e particelle di terra e di roccia.

E’ stato dichiarato monumento naturale per proteggere la sua straordinaria struttura ed è l’unica roccia nella zona su cui è vietato arrampicarsi. Infatti nell’area l’Arbol de Piedra è una sentinella di una città di rocce dalle forma più impensabili. Mi aggiro in questo giardino, ammirando l’abilità di alcuni viaggatori che si arrampicano agilmente su queste pietre. Un ‘ottima palestra di roccia!

Ripartiamo poco dopo, perché ci attende molta strada e una serie di lagune in quota:  Ramadita, Honda, Chiarjota, Hedionda e Cañapa, tutte abitate da fenicotteri e altri interessanti uccelli andini.

Osservo che il terreno cambia colore quando ci avviciniamo alle lagune, da rossastro a grigio chiaro, in alcuni casi addirittura bianco. Manuel mi spiega che è dovuto dal fatto che in prossimità delle lagune si concentrano diversi minerali candidi, come il salgemma o laborace e, ridendo, aggiunge che tra poco ci renderemo conto del perché Hedionda si chiama così.

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Effettivamente una volta arrivati, ci assale un forte odore di uova marce, dovuto dalla presenza di zolfo. Hedionda significa in spagnolo “puzzolente”. Siamo a poco più di 4100 metri di altezza, La laguna ha una percentuale di sale elevata pari al 66-80% e una profondità media di una ventina di centimetri. I fenicotteri che la frequentano sono colore bianco in quanto, come spiega Manuel, le microalghe presenti nella laguna sono povere di carotenoidi, che contribuiscono a dare la colorazione rosa delle penne dei fenicotteri che vivono nella laguna Colorada.

Ammiriamo anche altri uccelli, come diverse specie di anatre e alcuni esemplari di oca andina. Alcuni lama pascolano poco distante.

Riprendiamo il percorso. Da lontano vediamo gli sbuffi che fuoriescono dalle fumarole che contornano il cratere del vulcano Ollague che si pone tra il deserto di Atcama e il dipartimento di Potosi, dove scorre la pista su cui viaggiamo. Dalla parte opposta si trova il Cerro Tomasamil.  A un certo punto ci sembra di immergerci in uno scenario da film western.

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Hai presente i binari della ferrovia che si perdono nel nulla, sia che tu guardi a sinistra che a destra? Bene, è quello che capita a noi. Abbiamo infatti incrociato, attraversando il salar di Chiguana, i binari a scartamento ridotto della ferrovia costruita alla fine del 1800 per portare il salnitro dalla Bolivia al porto di Antofagasta da cui partiva per raggiungere il Regno Unito.

Ora il salnitro è stato sostituito con il ben più prezioso rame e la ferrovia, contrariamente ad altre, ha ragione di esistere.  E’ pomeriggio inoltrato e puntiamo decisi ora su San Pedro de Quemez, per pernottare nell’hotel Tayka de Piedra. Dopo tanto viaggiare è assolutamente incredibile trovarsi in mezzo al nulla coccolati in una struttura calorosa con una cucina a km 0, in cui opera uno chef che, oltre alla loro bontà,  cura anche molto la presentazione dei piatti. Dopo cena ci attende ancora la “solita incredibile stellata”.

6° giorno: San Pedro de Quemes – Salar de Uyuni – Uyuni.
Oggi è il gran giorno e il gran ritorno a quello che considero una degli angoli più belli del nostro Pianeta.
E’ quello che scherzosamente presento nei miei programmi citando la celebre frase di Roy Batty, l’androide di Blade Runner  “Ho visto cose che voi umani non potete immaginare”.

E’ l’incredibile Salar de Uyuni in Bolivia, il lago salato più grande al mondo.  Qui, per la mancanza di prospettiva, ci divertiamo come dei matti a scattare delle foto davvero surreali in cui, ad esempio, puoi sembrare un gigante accanto ai tuoi compagni di viaggio diventati improvvisamente lillipuziani per gli straordinari effetti ottici del Salar!  Manuel estrae da uno scomparto della jeep  un dinosauro giocattolo, che diventa però, giocando con la mancanza di prospettiva, uno pericolosissimo, terribile tirannosauro che ci soverchia.

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Al Salar ci sono solo due soli colori. Sopra l’azzurro intensissimo del cielo, sotto il bianco accecante (non dimenticarti gli occhiali da sole) del sale.

Pranziamo nel cuore del  Salar de Uyuni, sull’ Isla Incahuasi, una delle principali attrazioni dei tour. Il nome, che significa “casa degli Inca” in lingua quechua, evidenzia l’importanza di questo posto per gli Inca, come punto di sosta nell’attraversamento della distesa di sale. Di fatto è una collina, che è quanto rimane di un antico vulcano sommerso, quando nell’area del Salar si trovava un gigantesco lago, circa 40.000 anni fa.

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Per favorire la digestione, ci sgranchiamo le gambe salendo sulla cima, con un comodo sentiero ad anello che passa tra centinaia di cactus giganti. La maggior parte di essi è alta più di due metri e alcuni raggiungono addirittura i 10.  Se pensi che crescono al ritmo di un centimetro all’anno, molti di loro c’erano già, probabilmente, ai tempi degli Inca. Lungo la salita fanno capolino graziose e cicciotte viscacce. Una volta in cima vediamo l’abbacinante deserto di sale che si estende in ogni direzione sotto di noi. La vista è pazzesca, bellissima!

Ci dirigiamo verso la parte orientale del Salar e, prima di raggiungere Colchani, facciamo sosta all’hotel del Sal, costruito con mattoni di sale e rendiamo omaggio al monumento, il busto di un tuareg, ovviamente sempre in sale, che celebra la  Parigi – Dakar, la celebre corsa di fuoristrada, siano essi auto, moto o camion che da diversi anni ha spostato in Sud America il suo percorso.

7° giorno: Uyuni – Potosí
Parto in bus il mattino per la città di Potosí; il viaggio dura circa 4 ore, volate via. Durante il percorso mi sono infatti goduto alcune viste meravigliose sugli altopiani di questa zona della Bolivia e, immancabilmente, mi sono rivisto mentalmente alcuni degli straordinari scenari che ho vissuto nel corso del tour al Salar de Uyuni.

Arrivo poco dopo mezzogiorno. Il tempo di lasciare lo zaino valigia in albergo, di mangiare un paio di empanadas e sono già in giro a godermi una delle città più alte al mondo. Dopo i giorni passati negli altopiani, tra lagune e salar, i 4090 metri a cui si trova Potosí non li sento neanche, il corpo si è perfettamente acclimatato.

La storia e lo sviluppo della città è strettamente legata all’argento. Il Cerro Rico (Montagna ricca) che incombe sopra Potosí, è probabilmente la più ricca fonte di argento che il mondo abbia mai avuto.  Le miniere di questo prezioso metallo trasformarono Potosí in una delle città più ricche e grandi del mondo e per decenni consentirono la sopravvivenza del Regno di Spagna.  L’espressione “eso vale un Potosí” (“questo vale un Potosí”) è stata usata in spagnolo colloquiale per descrivere qualcosa di inestimabile.

Purtroppo questa ricchezza venne raggiunta sulla vita di milioni di persone. Si calcola che in tre secoli di attività di estrazione, morirono circa 9 milioni di esseri umani, sia per le terribili condizioni lavorative che per l’avvelenamento di mercurio, utilizzato per estrarre l’argento dalla roccia.

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Sono claustrofobico, così evito accuratamente la visita alle miniere e mi dedico invece alla visita della Casa de La Moneda, la antica zecca, ospitata in un edificio davvero splendido. La visita è guidata; mentre aspetto che parta il mio gruppo, ammiro la bella fontana in pietra che si trova nel primo cortile e una curiosa, enorme effige di Bacco, soprannominata Mascarón, ora simbolo della città. La parte più interessante della visita è quella dei macchinari con cui si coniavano le monete; i primi mossi da muli o da schiavi, poi progressivamente sostituiti da macchinari a vapore.

Una volta uscito, cammino per Potosí, dichiarata dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità per la sua storia e per la architettura coloniale. Mi godo così, sino all’imbrunire, le strade in pietra, gli edifici dal fascino decadente, le ricche facciate, i balconi e i portoni  finemente decorati.

Leggi il mio post Potosí: cosa vedere, cosa fare >>

8° giorno: Potosi – Sucre.
Arrivo nella prima capitale della Bolivia nelle primissime ore del pomeriggio e inizio subito la mia visita dal cuore della citta, partendo da  Plaza mayor, al cui centro si erge la statua di Antonio Jose Sucre, eroe nazionale della liberazione.
Al di là dei suoi edifici storici, che adornano la piazza, quello che trovo affascinante di Plaza mayor è che rappresenta il punto d’incontro per la gente del posto.  Mi rilasso su una panchina osservando un gruppo di ragazzi che si esercitano in passi di danza. Poco lontano sta provando un gruppo musicale.

Il bello di Sucre, così come è stato per Potosí, è passeggiare nelle bianche vie del centro; raggiungo così il Convento di San Felipe Neri. Fantastico il suo chiostro, con la sua bella fontana al centro circondata dai porticati, ma ancora più bello è salire sui tetti, bianchi anche loro, da cui si ammira una magnifica vista panoramica sull’intera Sucre.

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Accelero la visita, perché non voglio perdermi la macchia di colore di Sucre, i suoi mercati. Ce ne sono tre, tutti abbastanza vicini. Solo una visita attenta porterebbe via quasi una giornata. Ti consiglio il Mercado Central per lo street food e le spezie locali. Il Mercado Campesino presenta il meglio della produzione locale ortofrutticola; come dire il Km 0 è di casa qui.

Se ami invece rovistare tra cumuli di abiti di seconda mano alla ricerca dell’affare, non perderti il Mercado Americano.
La sera provo, con successo (te lo consiglio
) Nativa, un locale relativamente recente, dove viene proposta la cucina boliviana rivisitata e accompagnata da ottimi vini locali.

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9° giorno: Tarabuco
Oggi è domenica, il giorno del mercato di Tarabuco. Ho impostato il mio viaggio per andarlo finalmente a visitare, visto che le volte precedenti, per un motivo o per l’altro, lo avevo sempre mancato.

Tarabuco si trova a soli 65 km da Sucre; potrei prendermela comoda, in fondo è domenica, però decido di partire presto, poco dopo le 6, per “allinearmi” con le abitudini mattutine del mercato; alle 14 i partecipanti iniziano a smantellare le bancarelle.

La Plaza principal 12 de marzo, su cui si affacciano l’ Iglesia de San Pedro, il museo di Arte Indigeno mi stupisce subito. Ospita infatti uno dei monumenti più trucidi che abbia mai visto, in memoria della battaglia di Jumbate, dove i Tarabuceños sconfissero il 12 marzo 1816 l’esercito spagnolo. La raccapricciante statua raffigura un indigeno che torreggia su un soldato spagnolo con la bocca grondante di sangue e il cuore in una mano.
Mi immergo subito nella atmosfera festaiola per contrastare la drammaticità di quanto visto.

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Molti dei venditori sono vestiti con abiti tradizionali, ma ciò che mi colpisce immediatamente è il singolare copricapo degli uomini. Indossano infatti i  monteras di feltro o di pelle ispirati agli elmetti dei soldati spagnoli,  mentre le donne indossano copricapi neri impreziositi con pon pon e perline. Ovviamente troneggiano anche le tradizionali bombette delle cholitas (leggi il mio post “La bombetta e le donne: 4 curiosità da scoprire” per conoscere l’origine).

Mi imbatto finalmente nei celebre tessuti con  complessi disegni zoomorfi, di cui è celebre Yampara e la loro cultura. Sono delle piccole opere d’arte, considerando che sono fatti tutti a mano.
Mi immergo poi nella realtà locale nelle vie adiacenti, dove si mercanteggiano i prodotti della terra e si vende tutto ciò che è necessario nella vita di ogni giorno.

Per mangiare non ho che l’imbarazzo della scelta e il mercato è un’ottima opportunità per dedicarsi allo street food. Così, verso mezzogiorno, assaporo una eccellente zuppa di patate e quinoa, seguita da un gustoso chorizo (salsiccia). Il tutto per l’equivalente di qualche euro.

Leggi il mio post su Tarabuco >>

Non c’è che dire, un bel bagno di folla e di cultura locale, è un mercato che merita decisamente la visita. La sera, da Sucre, prendo un ottimo bus notturno per La Paz (14 ore di viaggio circa). La comoda poltrona reclinabile cama, è la mia culla per questa notte che scorre via veloce.

10° giorno: La Paz – Copacabana – isla del Sol.
Arrivo la mattina in tempo per prendere il minivan che mi porterà a Copacabana, da cui mi imbarcherò per l’isla del Sol.

Quello che inizialmente potrebbe sembrare un caso di omonimia tra la cittadina boliviana e la ben più famosa spiaggia e quartiere di Rio de Janeiro in Brasile, in realtà ha uno stretto collegamento. Sino al XVIII secolo, la zona si chiamava Sacopenapã, quando venne costruita una cappella votiva contenente una copia della Vergine di Copacabana, la stessa vergine adorata n Bolivia.

La visita d’obbligo a Copacabana è alla Basilica di Nuesta Señora de Copacabana, l’imponente cattedrale bianca in stile moresco, ornata di cupole che domina la città, e che cela, al suo interno la famosa statua della Vergine della Candelaria, che venne presto considerata miracolosa. Nel 1925 venne dichiarata patrona della Bolivia.

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Quando esco dalla cattedrale, mi trovo coinvolto in quella che sembra un momento di follia collettiva, mentre in realtà è un rito tra sacro e profano. La benedizione di un mezzo furgoncino Isuzu, a cui partecipano proprietario e lavoratori. E’ infatti usanza in Bolivia che, quando si acquista un veicolo, portarlo a benedire a Copacabana.
Il rito si svolge con una doppia funzione: cattolica e aymara.

Inizia il prete che, a cofano alzato, asperge l’acqua santa sul motore; segue poi il Yatiri Aymara, il santone locale, invoca Pachamama bruciando incenso e foglie di coca. Alla fine il proprietario del furgoncino stappa una bottiglia di birra e la sparge su tutto il veicolo iniziando dal cofano. I festeggiamenti, mi dicono proseguiranno poi tutto il giorno e anche la notte tanto che, in diversi i casi, gli autisti oramai ubriachi, preferiscono passare la notte a Copacabana piuttosto che mettere a dura prova la protezione della benedizione tornando a casa.

Leggi il mio post Copacabana cosa fare, cosa vedere >>

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Verso metà pomeriggio mi imbarco per l’isla del Sol e in circa un’ora e mezzo di navigazione raggiungo Yumani, a sud dell’isola.  Secondo la tradizione Inca, l’Isla del Sol è stato il luogo di nascita sia del Dio del Sole che dei primi due Incas del mondo.  Ora rappresenta perfettamente quello che si dice “un’oasi di pace e di  serenità”, anche perché l’isola è libera dalle auto e può essere visitata solo a piedi o in barca.

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Una volta pagata al molo la tassa di ingresso al villaggio, mi trovo davanti una ripida scalinata (la Escalera del Inca)  che fa guadagnare in meno di un chilometro duecento metri di dislivello. Tranquilli comunque, perché, se non ci si vuole sobbarcare in fatiche, ci sarà sempre un asinello che potrà portarti il bagaglio. che porta al villaggio di Yumani. A metà della scalinata arrivo a una fontana con tre beccucci separati, che gli Incas avevano denominato “Ama Sua, Ama Kella e Ama Llulla”, che tradotti dicono “Non essere pigro, non essere bugiardo, Non essere un ladro “. Comunemente definita la “Fontana della giovinezza”, si ritiene che chiunque beva dall’acqua della fontana rimarrà per sempre giovane; ed è quello che faccio.

Arrivo finalmente all’hostal Puerta del sol, un albergo abbastanza semplice (come quasi tutte  le sistemazioni sull’isola) ma che ha il grosso pregio di offrire uno splendido panorama che mi godo al tramonto dalla terrazza dell’hostal, sorseggiando una birra ben guadagnata.

Leggi il mio post sull’isla del Sol >>

Bolivia diario di viaggio - racconto di un tour di 11 giorni
11° giorno: La Paz
Oggi mi dedicherò a esplorare l’isla del Sol a piedi. Ci sono due percorsi che mettono in comunicazione le due estremità: Willa Thaki, un sentiero  di circa 7 chilometri di lunghezza, che corre lungo la dorsale dell’isola da Yumani fino alle rovine di Chincana, offrendo una magnifica vista sulla costa su entrambi i lati. Il secondo sentiero prosegue lungo la costa orientale, attraverso il villaggio di Cha’llapampa, passando in piccoli insediamenti lungo il percorso.

Scelgo la prima soluzione che penso possa essere più scenografica. Passo così tra terrazzamenti agricoli, dove si coltiva il mais, ammirando la Cordillera Real con le sue vette innevate e lo scintillante Titicaca con delle deliziose baiette, che mi riportano su un’isola mediterranea. Mi imbatto in alcuni campesiños che lavorano la terra ancora con antichi aratri.

Il sentiero lastricato è un po’ a saliscendi e, lungo il percorso,  ci sono delle bancarelle in cui è possibile acquistare degli snack.  Il tempo è splendido, il  Titicaca esprime il massimo della sua bellezza e mi godo in pieno questa bella camminata.

Arrivo  a Cha’llapampa, il porto principale dell’isola, dopo avere camminato poco più di  tre ore. Mi fermo al  piccolo Museo dell’oro  che espone reperti recuperati dall’ isla del Sol e dalle acque del lago Titicaca e ammiro ceramiche, scatole di pietra e statuette di origine Tiwanaku e Inca.
Rientro quindi in barca a Capocabana a da qui proseguo poi per La Paz che raggiungo in serata. Ritorno a La Casona, dove ho trascorso la prima notte arrivato in Bolivia. Il cerchio così si è chiuso. Alla prossima! (spero presto 🙂

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Mi chiamo Roberto Furlani e lavoro con passione nel Turismo da 30 anni, di cui 15 passati a dirigere l’Ufficio Turismo del WWF Italia (Fondo Mondiale per la Natura) e 12 come Tesoriere di AITR (Associazione Italiana Turismo Responsabile).

Grazie anche a questa ricca esperienza sono oggi Responsabile Prodotto e Tour operator per Evolution Travel (il Network che conta più di 600 consulenti di viaggio on line), per cui ho creato più di 120 programmi di viaggio, con cui potrai scoprire il Centro-Sud America!

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